La ragazza neutrale

SARA’ IL SOLITO GOVERNO PD – golpista (ma il pericolo sono i populisti)

(Intervista al professor Mario Esposito. – da Blondet & Friends – 8 maggio 2018)

 Tutti i media a suonare il violino: la nobile ansia di Mattarella, la bella pazienza di Mattarella, la saggezza di Mattarella, la sensibilità istituzionale di Mattarella…. Il trucco è perfettamente riuscito.  “Mattarella ha deciso di darsi l’incarico, ingerendosi pesantemente nell’indirizzo politico della maggioranza”, come scrive Mario Esposito, docente di diritto costituzionale alla Luiss (1).  Praticamente, un golpe. “L’ennesimo ricorso allo stato di necessità come fonte di diritto”, per il professor Esposito.

Spieghiamo: come nelle monarchie “il re regna ma non governa”, nella nostra costituzione, il capo dello Stato si limita a “nominare” il governo – adesso invece Mattarella si occupa direttamente della sua “formazione”, scegliendo lui, invece di partiti che hanno avuto il mandato dai cittadini, presidente del consiglio e ministri (2). E dando loro il mandato cogente, per giunta: dev’essere “un governo di garanzia e nel rispetto dei vincoli europei”.    I vincoli europei, se rispettarli o no, è esattamente quello che è da discutere, è scelta politica. Chiamare “neutrale” un simile governo è violenza giuridica e soperchieria intellettuale.  Mattarella formerà un governo che obbedirà a tutto quel che “ci chiede l’Europa”, austerità, saccheggio dei risparmi, aggravi fiscali eccetera. Come quelli di prima, dal 2011 in poi; come il governo Monti-Bersani, il governo Renzi, il governo Gentiloni. Non a caso, il PD ha già detto che voterà questo governo neutrale.

Praticamente sarà il governo del Partito a cui gli italiani hanno votato contro.

Naturalmente   già vi infinocchiano dicendo: ma questo governo non ha i numeri, Lega e M5S gli votano contro…quindi alla Camera ha solo 245 voti, ne servono 316.   APPUNTO questo è il trucco più odioso: Mattarella, con la complicità di PD e Berlusconi, l’ha fatto apposta. Forma un governo suo, e lo manda allo sbaraglio in apparenza; il governo non ottiene la fiducia in Parlamento? Ebbene: però questo governo resta in carica.  Con tutte le leve del potere e i pulsanti di governo in mano, coi fondi di denaro pubblico a disposizione, Rai e media a suo servizio, con l’agio di “fare centinaia di nomine in enti e consigli d’amministrazione senza consenso popolare”, come spiega Salvini.

Capite? E’ per questo che Mattarella non ha dato  alcun pre-incarico a Salvini, come il segretario della Lega gli ha pure chiesto, e come avrebbe dovuto fare: perché anche se sfiduciato in aula, il governo Salvini sarebbe rimasto in carica, con le leve del potere in mano; a   gestire la preparazione delle elezioni anticipate che vuole anche il M5S, a decidere le tre o quattro cose  necessarie – e facilmente,   si sarebbe anche trovata una maggioranza in Parlamento, una convergenza che già si indovinava dati i rapporti fra Salvini e Di Maio. Avrebbero finito per marginalizzare ancor più il partito delle Escort del Decrepito, e finir di usurare il PD.

Un rischio da sventare ad ogni costo, per il sistema.  Adesso è al potere il partito del Presidente, che agisce nel rispetto dei vincoli europei.   Un governo politico e non eletto.

Vi stanno dicendo: ma preparerà solo le elezioni anticipate. A luglio, come chiedono i 5 Stelle. Sì, proprio a luglio. Già Berlusconi e le sue escort dicono che no, almeno all’autunno – e ovviamente non hanno nessuna voglia di andare ad altre elezioni, come non ne ha voglia il PD. Questo governo “neutrale” e “di garanzia” a tempo resterà in carica molto, molto a lungo. Avrà tutto il tempo e il modo, dalla stanza dei bottoni, di usurare M5S e Lega, con Rai e media al suo servizio, e contro Lega e 5Stelle Perché i media sono per l’establishment, e i 5 Stelle lo dovrebbero sapere … se non sei al governo, se non li tieni per le palle coi finanziamenti pubblici, hanno mille modi per devastarti agli occhi del tuo elettorato, magari col ridicolo, i comici, le vignette di Altan.  Per gli eletti nella Lega che sanno pesare un’altra economia e non sono servi della UE, il non-controllo dei media significa che le tesi di Bagnai, di Borghi eccetera non vengono mai proposte nel discorso pubblico; vengono derise dai Giannino, o dai Giavazzi, dagli Scalfari, dai Fubini, senza diritto di replica.

Elezioni anticipate? Sogni 5 Stelle.

Si illudono davvero i 5 Stelle (sarà poi ingenuità e dilettantismo o peggio?) se pensano davvero che il governo del presidente li accontenterà, farà le elezioni a luglio, anzi no a giugno, prima che  gli elettori vadano al mare.

Anzi, ecco il trucco che intravvedo. Lo ha lasciato intendere Mattarella, quando ha promesso che il suo governo “neutrale” (composto di alti burocrati pubblici, che hanno il PD come referente e protettore) ma “con pieni poteri”, però “pronto a sciogliersi appena nascerà in Parlamento una maggioranza”.

Capito il trucco? No? Eppure è facile. Il suo governo – Mattarella-Neutrale –   per ora è senza maggioranza. Ma fra qualche mese la avrà. Miracolo? Berlusconi non ha mai fatto mistero che vuole cercare “responsabili” fra le nuove leve parlamentari, anche e soprattutto dei 5 Stelle: gente di piccola taglia sociale, che ha appena cominciato a ritirare l’emolumento da 13 mila euro mensili, e improvvisamente sente due profondi desideri: 1) far durare questa legislatura più che si può, anche per un decennio, 2) non darne la metà o circa al Movimento, come si è impegnato a fare. Berlusconi lo sa e glielo ha detto: “Potranno tenersi tutta l’indennità”.

E così il governo del golpe, che Mattarella ci tranquillizza, si scioglierà appena si troverà una maggioranza in parlamento, sarà proprio il SUO governo che troverà proprio quella maggioranza.  Non un altro governo, ma quello.  Sarà il governo del Nazzareno, il governo Renzi-Berlusconi (o Gentiloni-Tajani, non fa differenza), sostenuto da Forza Italia, PD più ”responsabili” pagati a chilo.  Un governo che farà tutto quello che vuole l’Europa. E nulla di quello che l’Europa “non” vuole.

Anche perché è in agguato il vecchio trucco dei mercati: lo spread

Finalmente i mercati si sono allarmati e lo spread è salito a 1438 punti”, titolava felice Skytg24: Finalmente! Non si davano pace che qui stanno vincendo i “populisti”, e la speculazione non ci punisca.

 

NOTE

1) l’intervista al professor Esposito è da leggere qui:

http://www.ilsussidiario.net/mobile/Politica/2018/5/8/IL-CASO-Governo-neutrale-i-molti-punti-oscuri-di-un-invenzione-a-tavolino/819909/AMP/?__twitter_impression=true

2) C’è stato un precedente, quando nel 1995 il presidente della repubblica Oscar Luigi Scalfaro, per batter fuori il Cavaliere che aveva vinto le lezioni, “formò” il governo Dini, scegliendone di persona anche i ministri: Susanna Agnelli, per esempio, agli esteri. Il putsch presidenziale sta diventando una solida tradizione.

Camerieri e camerati

Egregio dottor Orfeo,

avendola ascoltata nella recente sua “cazzu(lla)tissima” intervista, al Festival Tv di Dogliani, asserire che “in Rai non ci sono camerieri”, devo dire che, una volta tanto, e finalmente dopo tante critiche all’azienda pubblica affidata alla sua direzione, concordo pienamente con lei: non si può parlare di “camerieri”! Troppo riduttiva ma, soprattutto, troppo offensiva per la categoria dei lavoratori del mondo della ristorazione, questa affermazione.

In Rai covano ben altro tipo di personaggi, capaci di andare assai oltre il semplice servilismo. E quello che dico lo supporto con le testimonianze che sto per proporre, premettendo che sarebbero assai gradite controdeduzioni in smentita da parte sua, ove ne fosse capace. E premettendo anche che, per l’importanza del tema, le implicazioni che ha con la formazione della pubblica opinione, le responsabilità gravi di inadempienza e più ancora manomissione del servizio pubblico tenuto in vita con soldi dei contribuenti, il confronto che auspico è proposto all’attenzione di quanti ci leggono in copia manifesta, nonché silente per operatori della comunicazione dei quali, per dovere di riservatezza, ometto la pubblicazione dell’indirizzo di posta elettronica.

Altro che “camerieri! Si può parlare piuttosto di “camerati”, capaci da un lato delle più abiette pratiche di propaganda di triste memoria storica, dall’altro delle più deplorevoli tecniche di denigrazione ad uso politico che il nostro paese abbia mai conosciuto.

E’ tutto riportato e opportunamente documentato, mi creda, in un mio più ampio e articolato quadro di denuncia del grado di degenerazione del complessivo sistema dell’informazione televisiva in Italia, che mi riservo di esporre personalmente in caso di disponibilità al confronto da parte sua.

Nel frattempo, in attesa che ciò accada, mentre attendo sue notizie, ringrazio dell’attenzione e porgo distinti saluti

Adriano Colafrancesco

DAMASCO, IL MESSAGGIO DI UN FRATE – Padre Bahjat Elia Karakach

DAMASCO, IL MESSAGGIO DI UN FRATE

 Padre Bahjat Elia Karakach, francescano della Custodia di Terra Santa superiore del Convento dedicato alla conversione di San Paolo a Damasco, è il frate coraggioso che immediatamente dopo l’attacco americano aveva lanciato un audio messaggio, attraverso i social network, in cui denunciava la menzogna dell’uso delle armi chimiche da parte del Governo di Bashar al-Assad. Come lui stesso dice l’attacco con armi chimiche da parte di Damasco sarebbe stato una follia, la vittoria sul terrorismo è ormai alla soluzione finale e richiamare l’attenzione dell’Occidente, giustificandone un possibile intervento, sarebbe stato inutile e dannoso. «L’esercito siriano non ha bisogno di usare le armi chimiche, soprattutto perché tra l’altro le ha smantellate, come sappiamo, sotto il controllo dei russi qualche anno fa».

Molto ottimista per il futuro dice di voler infondere la speranza attraverso la creazione di strutture che siano rivolte alla ricostruzione di un paese giovane e coraggioso. Ci racconta che i cristiani alle volte sono accusati dall’Occidente di sostenere il governo, precisa che questo va inserito in un contesto nel quale i cristiani sono una parte della società e non un corpo estraneo; la Siria a livello istituzionale è un paese laico e tutti possono accedere alle cariche pubbliche e ricorda che non è una questione di cristiani ma di una popolazione che all’80% si esprime a favore del suo Presidente. Forse prima della guerra c’era una opposizione che chiedeva modifiche costituzionali e riforme, ma oggi la scelta è tra il caos totale e questo governo che nonostante tutto ha avuto il merito di salvare l’unità della Siria e il pluralismo religioso. Il progetto di creare una divisione su basi etnico religiose è miseramente fallito grazie alla stabilità politica mantenuta nonostante la guerra. «Questo è il tempo di metterci insieme per combattere il terrorismo perché questi ribelli non hanno una visione politica alternativa. Hanno distrutto il patrimonio culturale, storico e l’unica cosa che li accomuna è il sogno di uno Stato Islamico.»
In una breve intervista invia un messaggio all’Occidente per raccontare una verità che merita di essere ascoltata, in un mondo in cui l’informazione si ferma davanti a una ideologia calata dall’alto in cui dietro vi è solo un vantaggio economico a senso unico.

 

Riguardo ai cristiani qual è la situazione attuale, soprattutto dei cristiani cattolici, che sono diventati, ormai, una minoranza nella minoranza?

Sì, purtroppo il numero dei cristiani è più che dimezzato, sicuramente, in Siria. Ma possiamo dire sempre che, pur essendo piccola, resta una comunità molto impegnata nella società siriana, che cerca di portare i valori del Vangelo e i valori cristiani. Una comunità culturalmente formata, che non ha mai preso le armi, quindi è dialogante con tutti, è una garanzia anche per il futuro della Siria e per salvarla. Il nostro Presidente Bashar al-Assad ha detto che i cristiani qui non sono un annesso, qualcosa in più, ma sono le radici di questa società e i garanti del pluralismo in Siria: la comunità cristiana ha questa missione ed è per questo che deve rimanere qui. Io dico sempre: aiutateci a non a lasciare questo Paese per altri migliori e a rimanere qui per continuare la nostra missione.

 

Lei ha anche mandato un messaggio che ha fatto il giro dei social network in Italia, e credo anche in altri Paesi, in cui lei parla anche della situazione di impunibilità: vuole raccontare quel pezzo di verità che in Occidente è negata in questo momento?

Purtroppo, pur essendoci la democrazia in Occidente e la libertà di espressione, vedo che questa libertà di espressione è molto mortificata nel caso della guerra in Siria, perché c’è un’informazione a senso unico che vuole demonizzare il nostro Presidente e il Governo. Sappiamo bene che tutte le guerre si fanno per interessi: c’è un grosso interesse per la Siria da parte dell’Occidente che, in questi anni di guerra, ha aiutato questi gruppi ribelli che, purtroppo, non hanno nessuna visione per il futuro della Siria e non sono un’alternativa degna di guidare questo Paese, perché sono delle persone violente che hanno portato solo distruzione e violenza in Siria. Quello che oggi sta accadendo in Siria è una guerra internazionale per questi interessi e, purtroppo, questa verità fa fatica a passare. Non c’è dubbio che il nostro Presidente, attualmente, sia una garanzia dell’unità del Paese, una comunità fondamentale per questa area geografica, perché la Siria è un mosaico di culture e religioni: se questo mosaico viene spezzato, o in qualche modo diviso, ci sarebbe una pulizia etnica e sarebbe un altro olocausto, che sicuramente nessuno desidera per il Medio Oriente, anche per le gravi conseguenze che potrebbero esserci in Europa. Qui, in questa fase, noi siriani (la maggior parte dei siriani) vogliamo essere più uniti per combattere il terrorismo e cercare di portare questo Paese a un porto sicuro, dove possiamo riprendere la ricostruzione dell’umano e della società. Chiediamo verità, verità, verità! Non disinformazione. I bambini siriani o i siriani non si aiutano con i missili, ma si aiutano se si tolgono le sanzioni al popolo siriano e se si apre un serio dialogo con il Governo siriano, che nessuno può ignorare. Quindi aiutate i siriani non a fare guerra fra di loro, ma a essere uniti, normalizzando i rapporti con la Siria e guardando all’interesse del popolo siriano e non semplicemente agli interessi economici che si possono ricavare dal dominio di questo.

Intervista, su Byoblu.com, a Tiziana Alterio, autrice del libro “La guerra silenziosa”

 Chi sono i registi del disastro Chi è alla regia delle azioni criminali con le quali le grandi multinazionali e le lobby finanziarie si arricchiscono non solo acquistando il patrimonio pubblico di interi Paesi, ma anche delocalizzando la produzione dove la manodopera costa di meno? Perché si continua a percorrere la strada dell’austerità e delle privatizzazioni se, invece della riduzione del debito pubblico, il risultato è solo lo smantellamento del welfare e della capacità produttiva dei Paesi del sud Europa? Cosa possono fare i Paesi del Mediterraneo contro la globalizzazione dei mercati che sta distruggendo le economie locali di tutto il mondo? L’ospite di Byoblu Tiziana Alterio, giornalista che si occupa di tematiche europee con particolare attenzione al Mediterraneo, risponde a queste ed altre domande nel suo libro “La guerra silenziosa”.

Oggi parliamo della guerra in Europa, però né della Prima, né della Seconda guerra mondiale, ma di quella che lei, nel libro, definisce: “La guerra silenziosa”. Di che cosa si tratta?

È una guerra a tutti gli effetti, però silenziosa appunto, una guerra subdola, invisibile perché è molto difficile anche definirne i contorni e comprendere chi ci sia dall’altra parte, chi sia il nostro nemico. In fondo, noi siamo abituati a pensare alle guerre combattute con le armi e quindi con le bombe, a vedere nel nostro immaginario palazzi distrutti. Ecco, noi ora non stiamo vedendo questo, ma tuttavia siamo in guerra. Una guerra tra chi? Tra le grandi multinazionali e le lobby finanziarie sostenute dal potere politico e tutti noi. In fondo, nelle guerre del passato, per esempio la Prima o la Seconda guerra mondiale, i dittatori agivano in modo criminale, ma in qualche modo ci mettevano la loro faccia. Invece noi siamo nel bel mezzo di questa guerra invisibile, silenziosa, dove grandi multinazionali e lobby finanziarie si arricchiscono con azioni criminali (perché di azioni criminali si tratta) senza, però, essere visti.

E dunque a me piace parlare di guerra, utilizzare questa parola che sembra apparentemente molto forte, proprio perché è importante iniziare a comprendere che cosa noi stiamo vivendo, perché anche le nostre vite sono cambiate radicalmente in peggio in pochissimi anni. Perché, appunto, siamo in guerra. Questa guerra della quale la Germania ha saputo, sapientemente, prendere la regia. Per cui potremmo dire che ha perso le due guerre mondiali, ma sta vincendo questa guerra che io amo definire “silenziosa”.

Ma, andando anche un po’ più nello specifico, cosa è accaduto soprattutto ai Paesi del sud Europa?

Io amo dire che ci siamo trovati nel bel mezzo di una tempesta perfetta perché alla crisi economico-finanziaria, iniziata come sappiamo negli Stati Uniti nel 2007, la politica europea ha risposto con pesantissime misure di austerità che hanno interessato soprattutto i Paesi fortemente indebitati e quindi tutti i Paesi del sud Europa. A questo però si è aggiunta anche la politica di malgoverno e di corruzione, che non dobbiamo nascondere.

Alcuni Paesi del sud Europa sono caratterizzati da diffusa corruzione e malgoverno delle amministrazioni e a questo poi si aggiunge anche il fatto che abbiamo totalmente perso la nostra sovranità monetaria entrando tra i Paesi dell’eurozona. Che cosa è accaduto? In tutti i Paesi del sud Europa stiamo assistendo a una espropriazione graduale, ma incessante di ogni tipo di sovranità. Sovranità politica, sovranità economica, sovranità monetaria, sovranità anche alimentare e, direi, anche una perdita della democrazia e della dignità umana. Ci è stato detto che avremmo dovuto digerire questa pillola molto amara, con la riduzione della spesa e l’aumento delle tasse, per raggiungere (soprattutto) un obiettivo, e cioè la riduzione del debito pubblico.

Ebbene, dopo sette anni all’incirca di austerità, qual è il risultato che abbiamo raggiunto? Esattamente l’opposto! Perché i dati ci dicono che il debito pubblico continua a salire in tutti i Paesi del sud Europa. Ma non solo: quali sono gli effetti di questa guerra cosiddetta “silenziosa”? Sono effetti paragonabili a una vera e propria guerra combattuta con le armi, perché stiamo assistendo a uno smantellamento dello stato sociale in tutti i Paesi del sud Europa. Aumentano le persone a rischio povertà: siamo intorno al 30% in quasi tutti i Paesi del sud Europa, appunto, con punte fino al 35% in Grecia. Ricordiamo che in Italia abbiamo 10 milioni di persone che sono al di sotto della soglia della povertà, e cioè al di sotto dei 780 Euro al mese. E questo dato è aumentato soprattutto negli ultimi 10 anni. E poi è stata totalmente smantellata la capacità produttiva industriale del sud Europa. Voglio riportare l’attenzione verso nostro Paese ricordando che l’Italia, fino a 15 anni fa, era la quarta potenza mondiale. Oggi siamo al 23° posto con i salari più bassi tra i Paesi OCSE.

Insomma, da Paesi esportatori quali eravamo, ci stiamo trasformando in Paesi importatori di merce dai Paesi del nord Europa e dai Paesi di oltreoceano. Allora c’è da chiedersi: bene, ma se le misure di austerità hanno fallito, come mai continuiamo a percorrere questa strada? Qual è il fine di tutto questo? Il fine di tutto questo è che siamo in presenza, anzi dentro una guerra silenziosa, una colonizzazione silenziosa. Quindi il fine ultimo di tutto quello che stiamo vivendo, in realtà, è quello di impoverire i Paesi del sud Europa per poi colonizzarli. Ed è quello a cui stiamo assistendo, e anche qui in modo silenzioso. Sta avvenendo tutto così quasi come se fosse naturale, ma naturale non è.

Invito tutti a leggere un interessante report del Transition Institute, un istituto di ricerca inglese, che nel 2016 ha passato sotto la lente d’ingrandimento questa potentissima industria delle privatizzazioni che è in corso nei Paesi del sud Europa. Che cosa si legge in questo report? Si legge che a giovarsi di questo smantellamento del patrimonio pubblico dei Paesi del sud Europa sono le società che offrono consulenze finanziarie e legali ai Governi per la dismissione del patrimonio pubblico. Per uno strano gioco, per uno strano meccanismo di scatole cinesi, accade anche molto spesso che alcune di queste società, che offrono consulenze legali e finanziarie (e che dovrebbero essere super partes), in realtà figurano anche tra le stesse società che acquistano i beni su cui hanno offerto le consulenze legali e finanziarie. Quindi siamo in presenza di veri e propri casi di corruzione e di conflitti d’interesse, ovviamente. Tutto questo perpetrato alle spalle di noi cittadini, perché ricordiamo che questi beni pubblici sono di proprietà dei cittadini.

Stiamo svendendo di tutto: in Portogallo la rete elettrica, in Spagna la sanità, in Italia sono in corso la vendita delle Ferrovie dello Stato e delle Poste. In Grecia siamo davvero al paradosso: si stanno svendendo intere isole! E sono stati venduti 14 tra i più importanti aeroporti che collegano le mete turistiche strategiche della Grecia a una società, ovviamente tedesca, la “Fraport”. Si stanno svendendo intere spiagge. E tutto questo ovviamente non ha alcuna ripercussione positiva sui cittadini. Sempre in questo report (che invito a leggere) viene chiaramente detto che queste privatizzazioni stanno avendo effetti assolutamente negativi per noi cittadini, perché siamo in presenza di più licenziamenti, salari più bassi, meno entrate per lo Stato, e non è vero che i servizi e anche quelli essenziali per il cittadino migliorano in presenza di privatizzazioni. Ovviamente, quando una società privata ha come fine ultimo il profitto è ovvio che il bene collettivo venga assolutamente messo in secondo piano.

Siamo all’interno di un meccanismo perverso in cui grandi multinazionali e grandi gruppi finanziari si arricchiscono non soltanto acquistando il patrimonio pubblico di interi Paesi del sud Europa, ma anche delocalizzando la produzione in Paesi dove la manodopera costa di meno. Penso, per esempio, alla Polonia. Perché abbiamo creato all’interno della stessa Unione Europea un meccanismo di concorrenza sleale per cui alle aziende italiane o greche o spagnole conviene delocalizzare in Paesi europei come la Polonia perché, non trovandosi all’interno dell’eurozona, la mano d’opera ovviamente costa di meno. E non soltanto, quindi, delocalizzano, ma stanno anche facendo ingenti profitti nei Paesi del sud Europa per poi (penso alla Apple, a Google, ad Amazon, queste grandi multinazionali) trasferire questi ingenti capitali nei paradisi fiscali. I paradisi fiscali che noi immaginiamo sono delle esotiche isole chissà quanto lontane, ma abbiamo paradisi fiscali anche all’interno degli stessi Paesi europei. Penso al Lussemburgo, penso, per esempio, all’Olanda.

Siamo all’interno di un meccanismo perverso in cui abbiamo perso qualunque tipo di sovranità. E questo è legato non soltanto al momento storico che sta vivendo l’Europa, ma a quello che sta vivendo il mondo. Penso alla globalizzazione dei mercati che sta distruggendo le economie locali di tutto il mondo. In realtà ci hanno venduto la globalizzazione come se fosse la panacea di tutti i mali che avrebbe risolto la povertà nel mondo. Invece quello che ne è derivato è un assoluto impoverimento delle nostre economie locali. Ma non solo, questo ha effetto anche sul cambiamento climatico: pensiamo, per esempio, agli allevamenti intensivi o ancora al trasporto di merci. Noi non abbiamo più alcun tipo di sovranità, anche la sovranità alimentare abbiamo perso: dobbiamo importare cibo dall’estero.

Tiziana, nel tuo libro ci proponi una soluzione che coinvolge tutti i “PIIGS”. Ci puoi spiegare meglio di cosa si tratta?

Io parlo di due approcci, intanto, diversi. Da un lato una soluzione proposta fra l’altro anche dalla prima forza politica italiana, il Movimento 5 Stelle, un po’ di anni fa e cioè l’alleanza tra Paesi del Mediterraneo (e spiego perché). Dall’altra parte, però, anche una presa di consapevolezza di chi noi siamo come cittadini sud europei. E noi dobbiamo assolutamente recuperare questa vocazione mediterranea per poter imporre e avere anche la capacità di imporre in Europa la nostra diversità, la nostra unicità. Qual è questa identità mediterranea? L’identità mediterranea è legata al nostro saper fare che significa saper essere, al saper fare artigiano, alla bellezza del nostro territorio, alle economie locali, quindi ripartire un po’ da dove siamo stati distrutti e da quello che ci connota maggiormente come popoli mediterranei. Noi, come singoli Paesi del Mediterraneo, contiamo ben poco.

E questo è dimostrato da un evento storico molto importante: il referendum greco del 2015. Quando il 5 luglio il 61% dei greci dissero no a ulteriori misure di austerità, quel referendum fu totalmente disatteso dall’oligarchia di Bruxelles, e quindi dopo pochi mesi la Grecia dovette sottostare a un ulteriore piano di salvataggio, ad un’ulteriore misura di austerità. Quell’evento storico è molto importante perché ci fa capire chiaramente che i singoli Paesi in Europa, soprattutto i Paesi del sud Europa, contano ben poco. Allora l’idea di un’alleanza mediterranea andrebbe proprio nella direzione di una maggiore acquisizione di forza di tutti i Paesi del sud Europa all’interno dei tavoli di Bruxelles. Inoltre, rappresenteremmo il quarto PIL a livello mondiale, se si unissero tutti i Paesi del Mediterraneo. E dico questo perché, fra l’altro, c’è stata sempre una chiara volontà del nord Europa di spingersi più verso i Paesi dell’est piuttosto che verso i Paesi mediterranei. Questo è sempre stato molto chiaro.

Nel 2004 abbiamo avuto l’ingresso di ben otto Paesi dell’est nell’Unione Europea e soltanto due Paesi mediterranei: Cipro e Malta. Ma anche i sogni e la maggiore integrazione tentati da alcuni Presidenti (penso a Sarkozy nel 2008, quando propose l’Unione per il Mediterraneo): anche quelle mire di integrazione, cioè volgere lo sguardo più verso il Mediterraneo, furono assolutamente ostacolate dalla Merkel. E leggo una frase molto emblematica che disse la Merkel proprio in prossimità di questa Unione per il Mediterraneo, che fu molto ridimensionata: «Se la Francia vuole dare impulso al progetto Mediterraneo, la Germania sente di essere più interessata all’Europa centrale e orientale. E tale contrapposizione potrebbe diventare un fattore esplosivo all’interno dell’Unione Europea». Quindi è sempre stata chiara questa volontà dell’Europa di volgere il suo sguardo verso i Paesi dell’est. E questo possiamo capirlo molto facilmente perché, ovviamente, fa il gioco degli interessi di Paesi come la Germania. E quindi anche gli stessi investimenti verso l’area del Mediterraneo sono stati sempre esigui. Nel 2003, quindi in prossimità dell’allargamento verso est, nel budget delle azioni esterne dell’Unione Europea il 42% erano destinati ai Paesi dell’est, mentre appena il 9% ai Paesi mediterranei.

Non mi è chiara una cosa, cioè se tu questa proposta la fai all’Europa o ai Paesi mediterranei fuori dall’Europa, comunque in un contesto diverso da quello attuale.

L’idea di un’alleanza mediterranea è un’alleanza tra i Paesi del sud Europa all’interno dell’Unione Europea. In qualche modo ci provò anche Tsipras: quando fu eletto, non so se ricordate, iniziò un giro di consultazioni incontrando diversi Presidenti del Consiglio. Venne anche in Italia a incontrare Renzi (allora c’era Renzi), ma andò anche in Spagna e in Portogallo. In realtà l’idea era proprio quella di comprendere se ci potevano essere delle basi comuni per rafforzare le posizioni dei Paesi del sud Europa a Bruxelles. Questa è una soluzione che va verso un ripensamento dell’Unione Europea dove, però, i Paesi del sud Europa possano avere una maggiore forza perché la mia convinzione è che, così come stanno le cose in realtà, noi non abbiamo alcun peso specifico tale da imporre una nostra visione.

Ripeto: l’evento storico del referendum greco è un evento storico importantissimo e visto che siamo tutti Paesi del sud Europa e che stiamo vivendo in questo momento storico, all’interno dell’Unione Europea, un momento di grande sofferenza, allora perché non allearsi per rivedere le proprie posizioni, capire se ci sono dei punti in comune ed essere più forti all’interno del consesso europeo? Nonostante ci troviamo in un momento di grandissima difficoltà e di grande crisi (non soltanto economico-finanziaria, ma io direi anche una crisi morale, siamo in pieno periodo di decadenza), tuttavia io vedo anche i semi di un possibile Rinascimento che io chiamo “Mediterraneo”. E non è un caso, allora, che l’anno scorso nel 2017 ho partecipato in qualità di referente per l’Italia nel primo Forum mondiale “Nuova Economia e Innovazione Sociale” (NESI). Si sono incontrate circa 700 persone da tutto il mondo per capire quale possa essere questo modello alternativo a quello, appunto, globalizzato.

Che cosa è uscito fuori?

Intanto ci sono i primi segni di un cambiamento. Il cambio di direzione è ripartire dalle economie del territorio, quindi partire dal territorio. Un pensare locale, ma un agire globale. Cosa significa? Non un ritorno al passato, ma un ritorno alla produzione del proprio territorio, per esempio, l’economia a “chilometro zero” ma con una visione però internazionale. Cose che sanno fare molto bene i coreani, i cinesi, i giapponesi, gli americani, mentre noi siamo un po’ deficitari nel pensare, invece, in modo globale. Pensiamo, per esempio, a molte delle nostre aziende; al made in Italy, alle aziende della moda, del lusso che vengono acquistate da aziende coreane e d’oltreoceano che riescono a internazionalizzarle e a fornirle di un pensiero internazionale.

Noi siamo molto bravi con la nostra creatività, il nostro saper fare artigianale, ma spesso abbiamo difficoltà ad agire al di là del territorio, ad agire globalmente. Noi, quindi, dobbiamo recuperare la capacità di valorizzare al meglio i nostri talenti migliori. Posso fare l’esempio di un’azienda tipica del Mediterraneo: la “Campbell”, l’azienda delle scarpe, che è proprio un classico esempio di cosa significa “un pensare locale e un agire globale”. È un’azienda molto legata al proprio territorio, ha saputo valorizzare l’artigianalità legata al territorio delle isole Baleari perché quest’azienda ha sede in Spagna, ma è diventata in pochissimo tempo un’azienda assolutamente internazionale, esporta in quasi tutto il mondo pur mantenendo la propria identità mediterranea.

Vedo i semi di un nuovo Rinascimento mediterraneo, ma dovremmo sicuramente fare un passo importante anche noi, perché la rivoluzione parte sempre e prima di tutto da se stessi. Non possiamo immaginare di rivoluzionare il mondo se prima questa rivoluzione non è una rivoluzione interiore. E quindi la coscienza collettiva (che è un corpo unico che è formato da tante cellule e queste tante cellule siamo tutti noi) si può modificare se ciascuno di noi attua un cambiamento interiore profondo che è, innanzitutto, riprendersi il proprio tempo perché, in questa società capitalistica frenetica, noi siamo diventati spesso dei criceti che corrono senza senso, senza più capire qual è il senso della nostra vita. Quindi riprenderci il nostro tempo per fare spazio dentro di noi e intorno a noi. Perché solo riprendendoci anche il nostro tempo e il nostro spazio, potremmo guardare con maggiore occhio critico il sistema nel quale noi siamo immersi. E se prima non guardiamo l’ostacolo non abbiamo la capacità di superarlo, perciò dobbiamo acquisire un’assoluta consapevolezza del tempo storico che stiamo vivendo per poterlo poi superare.

 

Modernità, buonismo e cancellazione delle identità (*)

Il mondialismo ha prodotto non solo una globalizzazione delle merci, ma anche una globalizzazione del pensiero e delle coscienze, dopo aver livellato e spersonalizzato l’individuo, distruggendo tutte le identità che aveva e arrivando persino all’impensabile, cioè a cancellarne l’identità sessuale, per costruire una società che sia fluida e a-morfa (senza forma) in tutti i suoi aspetti.

Siamo prigionieri inconsapevoli di una nuova forma di schiavitù, perché siamo caduti nella trappola di una nuova forma di egemonia, quella di coloro che decidono sovranamente del nostro benessere e ci colmano di benefici – sicurezza, prosperità, convivialità, welfare – insieme a un debito infinito, impossibile da saldare. Il nemico contro cui lottare oggi, pertanto, è quello che ha offerto una falsa liberazione, rendendo l’uomo schiavo del benessere e portandolo a una dissoluzione dei valori e a una forma di carnevale perenne.

La modernità è contraddistinta da valori in apparenza buonisti, i quali, però, camuffano semplicemente quell’egoismo e individualismo che erano tipici della borghesia. L’età del Lumi ha fatto nascere il mito del progresso e del progressismo etico, e dalle ceneri delle rivoluzioni e dei grandi imperi è nata un’ideologia dei diritti dell’uomo tanto ipocrita quanto falsamente buonista, tesa invece a censurare l’opinione e a violentare le menti di chi non è allineato.

Il buonismo imperante produce un livellamento delle coscienze, mirante a cancellare ogni identità. L’Occidente è stato infatti contagiato da un nuovo morbo: l’idea che l’amore vinca su tutto, che sia un sentimento al quale far piegare la razionalità e i governi, e che basti questo per riscrivere la moralità e introdurre nuovi diritti civili (dal gender alle battaglie per il poliamore e persino l’incesto).

A questa logica si devono inginocchiare tutti, abbandonando le vecchie concezioni bollate come arcaiche e tradizionaliste. Se ti opponi, sei reazionario, omofobo, bigotto e quant’altro.

Ma di quale amore si tratta? Perché “il sentimento” in questione sembra ormai quello patinato che compare nelle pellicole hollywoodiane e nelle serie TV e che si confonde con un’emozione, con una passione “chimica” dei primi mesi e con i propri desideri che devono essere soddisfatti a ogni costo. Gli adulti sembrano ormai incastrati nell’immagine di perenni adolescenti e i figli non possono che crescere disorientati. Manca, in definitiva, ogni tipo di progettualità e di impegno che vada oltre l’immediato e il godimento del presente. Siamo di fatto sempre più immaturi sentimentalmente e culturalmente, ma anche socialmente ed eticamente.

Ritengo che siamo stati spinti ad esserlo e che al Potere faccia comodo avere una massa di perenni adolescenti, incapaci di impegnarsi in qualunque progetto, incapaci di pensare con la propria testa, e di sottoporre al senso critico la realtà che li circonda. Siamo al centro di una vera e propria rivoluzione antropologica e non ne siamo neppure coscienti.

(*) Tratto da Fake news: come il Potere controlla i media e fabbrica l’informazione per ottenere il consenso di Enrica Perucchietti (Arianna Editrice)

PASSAPAROLA

E’ tempo di svegliarsi altrimenti finiremo tutti arrosto

 

I mezzi di comunicazione di massa hanno portato all’asservimento di corpi e anime ad una autorità strategica mondiale. In ciò sta la principale fonte di pericolo per l’umanità. Le moderne democrazie che mascherano regimi tirannici, utilizzano i mezzi di comunicazione come strumenti di disinformazione e di stravolgimento delle coscienze degli uomini per alimentare la paura di massa in funzione delle guerre preventive. Tutti siamo consapevoli della difficile e minacciosa situazione in cui si trova la società umana, stretta in una sola comunità da un destino comune; tuttavia solo pochi agiscono tenendo presente ciò. La maggior parte della gente continua a vivere la propria vita giorno per giorno: per metà spaventati, per metà indifferenti, se ne stanno a guardare la spettrale tragicommedia che viene rappresentata sulla scena internazionale di fronte agli occhi e alle orecchie del mondo. Ma su questa scena, sulla quale gli attori sostengono, sotto la luce dei riflettori, le parti stabilite, viene deciso il nostro destino di domani, la vita o la morte delle nazioni”. 

E’ tempo di svegliarsi altrimenti finiremo tutti arrosto

 

Oltretutto, è anche diventato comunista

Vedere al Quirinale l’ultraottantenne fare il teppista, prodursi in ostentate e deliberate pagliacciate, atteggiando la mummificata faccia a mimiche da guitto, facendo il verso a Salvini, è stato uno spettacolo degradante. Disonorevole. Per lui. Per il vecchio incartapecorito saltimbanco, ovviamente. Che altrettanto ovviamente se ne infischia dell’onore, non avendone mai avuto sentore.   Il pregiudicato ineleggibile ha rivelato tutta la sua invidia, rabbia e bassezza. A Salvini il coraggio di abbandonarlo al suo destino. Oltretutto, è anche diventato comunista

COSI’ GENTILONI CI HA PORTATO ALLA GUERRA. IMPUNITO

COSI’ GENTILONI CI HA PORTATO ALLA GUERRA. IMPUNITO

Alle 17.33 del 10 aprile l’agenzia Al Sura ha segnalato che una cisterna volante italiana KC-767 è entrata in Giordania dallo spazio aereo dell’Arabia Saudita.   L’aereo, un Boeing, farà il rifornimento in volo dei caccia occidentali che lanceranno i missili contro la Siria.

Dunque il governo Gentiloni, scaduto e senza legittimità, ha portato l’Italia in guerra contro uno Stato che non ci ha mai  fatto nulla  di male, e contro cui non abbiamo nemmeno dichiarato guerra prima di aggredirlo.  Contro un capo di Stato, Hafez el Assad,  che il1 8 marzo 2010, il capo dello Stato – allora Giorgio Napolitano – ha decorato della Gran Croce  al merito della Repubblica, lodandolo come “esempio di laicità e difensore della libertà”. Abituato alla menzogna senza vergogna.

Il governo scaduto ci mette anche in linea di ostilità armata contro la Russia, contro la nostra nazione non ha alcun motivo di inimicizia, e contro cui abbiamo esercitato qualsiasi possibile offesa senza alcun motivo e contro i nostri interessi, ed anzi storica amicizia. Leggi tutto

Da Indro Montanelli a Vittorio Feltri

 

Da Indro Montanelli a Vittorio Feltri

C’è qualcosa di tragico nel nostro glorioso Paese, che ha dato i natali a uomini illustri i quali hanno inventato e scoperto cose tali da aver dato dignità e decoro al giornalismo e al mondo dell’informazione in genere. Citiamone alcune tanto per chiarirci le idee: la non faziosità, lo spirito di servizio autentico, la correttezza e completezza dei dati, la non manipolazione delle notizie, il non asservimento partigiano a schieramenti politici. Mi fermo per non tediarvi.

Ripeto. Come è possibile che un giornalismo tanto generoso e produttore di autentici geni sia oggi in balìa di un anzianotto quale Vittorio Feltri, dai cui articoli vengono offesi ora 60 milioni di connazionali, 11 milioni dei quali, giustamente indispettiti, hanno votato M5S nelle ultime elezioni svoltesi il 4 marzo scorso?

Più che un mistero è una burla, oppure la certificazione del fatto che gli italiani si sono collettivamente rimbambiti. Leggo il suo articolo dedicato al trentunenne leader del Movimento 5 Stelle, della cui figura di statista – dopo i decenni del Renzusconismo che ci ha regalato nani, ballerine e malavitosi in Parlamento, trattati come uomini politici degni di decidere i destini della Patria – nessuno può dubitare. Trasecolo, rabbrividisco.

Un signor “qualcuno” che

  • dopo decenni di linguaggio oscuro e spesso grottesco di pseudo politicanti, parla finalmente un italiano chiaro comprensibile e, soprattutto, concreto,
  • ha lavorato per quel che una società in balìa di personaggi inquietanti, affiliati talvolta persino a sette eversive massoniche, gli ha consentito,
  • è salito sul podio e, con l’orgoglio di aver sfidato e vinto il pattume avverso della partitocrazia, detta le condizioni per il rinnovamento civile del Paese, con la faccia pulita che riporta la fiducia e riavvicina gli italiani alla politica

E, come è giusto che sia, ovvia conseguenza, la maggioranza dei parlamentari lo considera un interlocutore qualificato.

Vero, nel peggio non c’è fondo e non si finisce mai di precipitare in basso, ma non avrei immaginato si potesse raggiungere questo abisso. Vittorio Feltri, sempre più penna spuntata di un giornalismo di regime è un’offesa ai nostri avi e ai contemporanei, che, stanchi di certi pennivendoli, non debbono più subire un’onta simile che li squalifica e li rende ridicoli, marionette prive di dignità oltre che di amor proprio.

Ancora ieri, e di sicuro pure oggi, la stampa si permette questo vecchio fighetto presuntuoso, da decenni costantemente sulla scena senza un motivo valido.

Il Movimento 5 Stelle ha raccolto un monte di voti impressionante, specialmente al Sud, fiducioso di avere finalmente un rilancio grazie alla opportunità del reddito di cittadinanza, uno strumento di dignità e decoro per chi è stato per troppo tempo escluso, a causa della mala politica, dal mondo del lavoro

La circostanza che il movimento sia affidato a un personaggio di tale spessore, capace di rivoluzionare lo scenario politico del nostro Paese, trasforma la politica stessa in una opportunità di riscatto per tutti.

Vittorio Feltri è simpatico e arguto, tuttavia non può essere un giornalista. Per troppo tempo la rassegnazione inoperosa degli italiani è riuscita nell’ impresa di farlo apparire un pretendente legittimo al ruolo di opinionista credibile. Non ci rendiamo conto che il giornalismo è un luogo teoricamente importante e bisognoso di rispetto, per troppo tempo declassato a bettola piena di mediocri, marionette e servo-facenti, assemblea inidonea ad esprimere protagonisti provveduti e deontologicamente attrezzati onde assumersi la responsabilità di gestire la pubblica informazione.

Siamo al Feltri dixit. Vergogniamoci, almeno, se non abbiamo il coraggio di sparare, metaforicamente, si intende, a chi ci ha trascinato così in basso.

Il fenomeno Vittorino va studiato, sottoposto ad esami clinici per capire perché egli abbia sedotto una folla di lettori di tutta Italia, post fascisti dall’encefalogramma piatto. Una nazione degradata al punto da essere passata dalla magnificenza di uomini illustri alla bassezza di nani inguardabili del tipo di Vittorino La Giornalunque va analizzata al microscopio.

Chi è mentalmente normale non deve accettare che la Patria sia umiliata in questa maniera: consegnarsi alle penne di scribacchiani quale il caporale Feltri comporta il rischio di entrare nella storia dalla porta della barzelletta.

Rifiutiamo di considerare costui una controparte; piuttosto facciamo informazione alternativa, restiamo senza giornalismo mantenuto con sodi pubblici ovvero mandiamo al diavolo chiunque miri a sfotterci, spacciando la propria arroganza ingiustificata per spirito di servizio.

Date a Vittorino un posto sicuro come fattorino nel mondo dell’informazione, ma toglietecelo dalle palle giornalistiche. Abbiamo bisogno di volti nuovi e saggi. Lasciamoli ai loro Pier Ferdinando “Casini” (nomen omen), i nuovi astri emergenti, alla Di Maio, sono, ovviamente per loro, assai imbarazzanti.

Abbiamo in passato scherzato sui Belpietro e Calabresi, sui Vespa e i Mannoni…… e ci tocca pentirci. Tenetevi i vostri “Feltrini”. Non ne abbiamo altri che ci rassicurino. Infine ricordiamoci: passare da Indro Montanelli, Enzo Biagi, Giorgio Bocca a Feltri è una offesa sanguinosa e intollerabile.

Riconquistiamo un minimo di dignità.

 

 

Aldo Moro, la verità negata

Come ogni anno, in un costante e ormai quarantennale crescendo di ipocrisia giornalistica, in questi giorni si celebra il ricordo di una delle più tragiche vicende che hanno attraversato la storia del nostro Paese dal dopoguerra ad oggi – il caso Moro – con immancabili tentativi di depistaggio per lo più fondati sulla denuncia di improbabili rigurgiti del terrorismo brigatista.

Quest’anno, però, Il disappunto per l’immorale, disgustoso e complice silenzio del servizio pubblico televisivo sugli aspetti più controversi della vicenda è in grande parte lenito dal prezioso contributo del sito di Claudio Messora, Byoblu, con la inquietante e più che autorevole intervista, suddivisa in 5 tappe, al deputato Gero Grassi, autore del libro “Aldo Moro, la verità negata”.

Ascoltare, meditare e diffondere è un’unica cosa, ma soprattutto un dovere!

1° atto – Il politico Aldo Moro

Nel 1974, a Washington, il 25 settembre, Henry Kissinger dice a Moro “Presidente lei deve smettere di perseguire il suo piano politico per portare tutte le forze del suo Paese a collaborare direttamente. Presidente, lei o la smette o la pagherà cara, molto cara”.

2° atto – Il Presidente Aldo Moro Moro

Dalle minacce del Presidente Usa Harry Kissinger fino all’incrocio tra via Fani e via Stresa a Roma, la strada è breve ma disseminata di angoli oscuri. Oggi non più così scuri

3° atto – Il rapimento di Aldo Moro

Nella P2 ci sono imprenditori, politici, giornalisti, magistrati, uomini delle forze dell’ordine. Addirittura durante il “Caso Moro” – quindi il 16 marzo/9 maggio – quattro generali dei carabinieri da Milano, Torino, Genova e Roma, con quattro gazzelle e quattro appuntati vanno a “Villa Wanda” ad Arezzo, e quando la Anselmi li interroga (nella “Commissione P2”), loro dicono che sono andati lì per comprare gli abiti della “Lebole” con lo sconto di Gelli. Vengono arrestati in Commissione.

4° atto – La prigionia di Aldo Moro

Il 17 marzo, in Italia si apre una disputa storica che permane: trattativa sì o trattativa no? Curioso che quando Cossiga viene interrogato, alla domanda: «Chi è il capo del partito antitrattativista?», risponda: «Eugenio Scalfari di “Repubblica”». E come fai, perché, che c’entra Scalfari? Non lo capisci! Ma Cossiga non parla a vanvera. Cossiga è criptico, ma se dice una cosa ha le sue motivazioni, almeno così a me ha insegnato questa storia del caso Moro. Alcuni dicono Andreotti, che scrive: «Le lettere di Moro sono moralmente irricevibili». E Moro gli risponde dal carcere: «Presidente Andreotti, lei passerà alla triste cronaca. La storia non le appartiene. Lei è un uomo cinico senza mai un momento di umana pietà»

5° atto – Aldo Moro: omicidio di stato

“La morte di Moro non è l’omicidio di una persona soltanto, ma di un’idea di Stato e di mondo. Moro non è stato ucciso solo quel 9 maggio: viene ucciso ogni qualvolta, a tutti i livelli, dalle sedi pubbliche a quelle private ed anche a quelle istituzionali, non si ha il coraggio di ricordare che quest’uomo venne assassinato da quelli che per quarant’anni hanno oscurato la verità ingiustamente. Parliamo di organi dello Stato che si sono preoccupati di chiudere la stagione del terrorismo con una verità, da raccontare agli italiani, che non esponesse il paese al disamore verso la giustizia e verso la verità, preferendo quella “possibile” a quella… “vera”.