La superclasse mondiale e mondialista

Ci rendiamo conto che la società che si delinea assomiglia sempre di più nella sua forma più ludica a quella descritta da Huxley nel romanzo «Mondo nuovo» e in quella più opprimente al citatissimo «1984» di Orwell? Perché le differenze culturali, identitarie e politiche non devono più valere? Perché tutti i popoli devono assomigliarsi? Perché la famiglia tradizionale non va più bene e deve essere svuotata di significato? Semplice: perché lo vuole

 LA SUPERCLASSE

mondiale e mondialista

(di Maurizio Blondet)

Avrete letto probabilmente la notizia: “Laura Boldrini alla ricerca di una super-casa nei pressi di Piazza Navona. Si tratta di una abitazione “cinquecentesca molto bella e di valore storico, tra i bugnati che qua e là sorgono nei dintorni di piazza Navona”. L’Espresso osserva che la magione della Boldrini – che nel 2014 ha dichiarato un reddito imponibile di 115.338 euro – ha tutt’altro che l’aspetto di “un appartamento da fine legislatura” ma sembra “la tipica casa di rappresentanza, come non bastassero le sale di Montecitorio per ricevere presidenti e ambasciatori”.

Si ha qui dal vivo un tipico esempio di ciò che in inglese si chiama self-righteousness; parola   che mal traducono i termini “moralista ipocrita”, “farisaico”. Per il Webster, indica “l’esibizione compiaciuta di superiorità morale, derivante dal sentimento che le proprie convinzioni, azioni o relazioni sono di più gran valore che di quelle della persona comune.  Gli individui self-righteous sono spesso intolleranti delle opinioni degli altri”.

Quest’attitudine spocchiosa è meno personalmente della Boldrini – ancorché ella la esibisca in modo caricaturale – che di una classe. Anzi, di una superclasse: la superclasse mondiale e mondialista.

Quella “di sopra” che governa attraverso il caos e sta rimpiazzando i popoli europei, l’oligarchia globalista e globalizzata, che sta assumendo i costumi lussuosi propri delle plutocrazia, insindacabili. Poiché ci domina e dominerà sempre più, vale la pena di farne una tipologia. L’analista politico Michel Geoffroy l’ha tentata. Ne riporto i passi salienti.

La superclasse sta accelerando la sua confisca della sovranità popolare. 

Il forum di Davos è un noto appuntamento della superclasse. Nel forum del gennaio 2017, è stato presentato come base delle discussioni il rapporto Global Risks 2017 :  molto istruttivamente, il rapporto indicava come “rischi” le manifestazione democratiche di volontà popolare degli ultimi mesi: il Brexit, l’elezione di Trump in Usa, e in Italia  il “No” al referendum di Matteo Renzi.

Da queste rotture, la superclasse ha dedotto (e scritto nero su bianco) “il bisogno di proteggere meglio i nostri sistemi di controllo qualità dell’informazione”: insomma il “nostro” monopolio dell’informazione è stato minato dalle notizie sul web; questo ha provocato “una fragilizzazione della fiducia della popolazione”, da qui il proposito di censura alle informazioni incontrollate – e dunque definite “fake news” – di cui la Boldrini è stata in Italia la precursora.

La superclasse si è proposta di “arginare i rischi” (ossia il voto popolare). Dopo il Brexit, “bisogna smettere di dire che il popolo ha sempre ragione”, ha sancito Cohn Bendit. “La storia ha mostrato che quando si segue la volontà dei popoli, soprattutto nei momenti difficili, si sbaglia”, ha rincarato Macron.

La soluzione l’ha prospettata il demiurgo Jacques Attali, il creatore in laboratorio di Macron: una riforma costituzionale che determini “i temi che un voto popolare maggioritario non dovrà decidere”; temi che “saranno santuarizzati iscrivendoli nella Costituzione”.

Già fatto, direte voi: fin dal 2012 i maggiordomi italioti della superclasse, aspiranti ad essere ammessi alla superclasse mondiale, hanno inserito l’obbligo di pareggio di bilancio in Costituzione. E’ il nodo scorsoio che ci strangola, ed è stato opera di Mario Monti, per mostrare il suo zelo alle volontà di Schauble e Merkel.

Attali propone di “santuarizzare”, ossia di sottrarre al voto e volontà popolare, molti altri temi iscrivendoli nel marmo delle costituzioni. Lo chiama “santuarizzare il Progresso”. La superclasse definisce infatti “progresso” la propria ideologia liberista-libertaria, e “i nostri valori” le nozze gay, la vendita di bambini (utero in affitto), il rimpiazzo multiculturale, e l’eutanasia somministrata dal servizio sanitario nazionale.

Come detta infatti il documento di Davos, “I fattori di rischio [la volontà popolare] possono essere arginati creando società più inclusive basate sulla cooperazione internazionale”. Al di fuori della neolingua, “società più inclusive” indica l’utilità di sommergere la popolazione votante sotto ondate di immigrati estranei, votanti anch’essi, per lo più secondo i desiderata della superclasse perché ostili rispetto al popolino fra cui sono venuti a vivere. L’utilità s’è vista nelle ultime elezioni francesi, dove gli immigrati hanno votato in massa il banchiere d’affari.

Come è apparsa la superclasse mondiale?

Il collasso dell’Urss e della possibilità di rivoluzione socialista ha consentito ai più ricchi di applicare con rigore dottrinario la dogmatica capitalista, e insomma di rivoluzionare la società a loro profitto. Una classe che non teme più la classe operaia o lavoratrice – marginalizzata dalla migrazione e dalla de-industrializzazione – applica la sua rivoluzione “dall’alto”.

Anche Pietro il Grande fece una rivoluzione dall’alto, ma con grandi differenze: la superclasse non punta a rinforzare e modernizzare una nazione, ma ad un obiettivo mondialista: ossia a dissolvere ogni Stato nazionale per sostituirli con un “governo mondiale” (meglio, in neolingua, governance mondiale).

La superclasse è cosmopolita. Nel nuovo ordine, l’autorità non emana più dalla sovranità politica, ma dal denaro liberato da ogni condizionamento legale, dal marketing e “i nostri sistemi di [controllo] informazione”.

La superclasse mondiale poggia dunque, in Occidente, sull’emancipazione del potere economico-finanziario dalla sovranità politica:

  • Emancipazione territoriale con la globalizzazione degli scambi e la de-territorializzazione della ricchezza.
  • Emancipazione dalla materialità del denaro, con la finanziarizzazione e la promozione di capitale fittizio.
  • Infine, emancipazione sociale: con l’alleanza della sinistra al neocapitalismo globalista, ormai i super-ricchi non temono più il popolo – un popolo che del resto possono cambiare a volontà con delocalizzazioni e immigrazioni.

Ciò significa che il nuovo potere finanziario mondializzato non riconosce più alcun limite al suo sviluppo. Il suo strumento, il neo-capitalismo, si basa su una fuga in avanti con la creazione continua di nuovi desideri sempre riaccesi, estesa a tutto il pianeta, poi alla natura stessa dell’uomo.

Come è stato già notato, è la “rivoluzione del 68” ad aver congiunto il neo-capitalismo alla “sinistra” libertaria ed edonista.  Gli slogan sessantottini, “Vietato vietare”, “Godere Operaio”, “Dopo Marx, Aprile”, “Chiediamo l’impossibile, Vogliamo Tutto” erano indicativi di questa alleanza. Hanno aperto al “consumare senza limiti” grazie al credito e alla pubblicità totale, ma soprattutto grazie alla metodica cancellazione degli ostacoli culturali al dominio del denaro – la famiglia, il risparmio, la frugalità come valore, lo spirito di sacrificio per la nazione, le “virtù” cristiane e quelle borghesi – variamente bollate come: clerico-fasciste, reazionarie, maschiliste, eccetera.

L’estrema sinistra utile idiota dell’oligarchia, per questo compito è stata compensata: ma ovviamente solo nei suoi capi. Paolo Mieli, Giuliano Ferrara, Gentiloni, la Boldrini sono stati ammessi nella superclasse mondializzata (molti di loro lo erano per diritto, come figli di papà) in qualità di maggiordomi di lusso del Sistema, direttori di media, cooptati agli alti livelli transnazionali (UE, ONU, ONG).

Si tratta in effetti di una classe – ossia di un gruppo sociale che presenta caratteri particolari e costanti, che la distinguono dalle altre classi. Questa classe si pone non solo al disopra delle vecchie elites nazionali, ma fuori dalla portata, e persino dalla vista, dei popoli. Questa superclasse è transnazionale e il suo campo d’azione è mondiale, come il suo progetto è cosmopolita.

Il saggista Geoffroy vi distingue quattro cerchie. Cerchie   concentriche, che hanno la ricchezza finanziaria come denominatore comune dei loro privilegi, derivante essenzialmente dalla de-regolamentazione mondiale.

 La cerchia della elite finanziaria mondiale.

Qui si raggruppano e si ritrovano i responsabili delle istituzioni finanziarie internazionali e delle banche centrali, i dirigenti delle cosmo-multinazionali quotate, a fianco dei grandi speculatori ricchissimi.

Secondo i dati ONU, il 10 % della popolazione mondiale controlla l’85% delle ricchezze, e l’1 per cento ne controlla il 40%.  I grand commis di questa super-elite (Draghi, Christine Lagarde,  Padoa Schioppa,  Janet Yellen)  vi sono cooptati in quanto aderenti agli interessi della finanza.

Occorre che parlino inglese. Non occorre che   siano intelligenti, come dimostrano Mario Monti e  Jean-Claude Trichet, le cui scelte economiche sono state rovinose e sbagliate persino secondo la dogmatica oligarchica.  Trichet che aumentò i tassi dell’euro quando avrebbe dovuto calarli – un errore che precipitò e rese durevole la crisi 2008-2017 – aveva dichiarato, nel   prendere le sue funzioni alla massima poltrona della BCE nel 2003: “I am not a Frenchman”: non sono francese, e lo disse in inglese. Ecco tutto ciò che serve.  Una ottima introduzione agli occhi della superclasse.

La cerchia (o meglio il circo) mediatico.

Si parta dalla constatazione che la elite di cui sopra possiede sostanzialmente tutti i media mainstream in Occidente, quelli che “contano”. Spesso sono imprese in perdita secca, ma servono alle elites per influenzare i decisori, i politici nazionali e la popolazione votante.

Udo Ufkotte, il giornalista della FAZ che ha ammesso di essere nel libro-paga Cia come tutti gli altri colleghi (ed è morto a 57 anni), ha spiegato l’essenziale: «Prima di tutto è necessario rendere autorevole il giornalista a libro paga, facendo riportare i suoi articoli, dandogli copertura internazionale e premiando i suoi libri. Molti premi letterari non sono che premi alla fedeltà propagandistica-

In occasione della crisi libica del 2011, ha raccontato di come fu imbeccato dai servizi germanici perché annunciasse sul suo giornale, come fosse un fatto assodato, che Gheddafi era in possesso di armi chimiche ed era pronto ad usarle contro il suo popolo inerme.

Se invece si trasgredisce la linea filoatlantica le conseguenze sono altrettanto note: la perdita del lavoro, il triste isolamento professionale, persecuzioni” giudiziarie.

I media hanno anche un’altra funzione importante: comandano l’accesso alla cultura, creando le reputazioni culturali. Promuovono le rinomanze degli intellettuali   mediatici per farne dei “maitres à penser” di successo: tipicamente, in Francia, i veri e propri direttori di opinione (Alain Minc e Jacques Attali, che è anche banchiere), i reduci come Cohn_Bendit, Bernard-Henry Lévy ed altri “nouveaux philosophes”  post-sessantottini,, nonché auguste banalità come Edgar Morin e Alain Touraine.

In Italia, per la generazione precedente si pensi a Elio Vittorini e Alberto Moravia (che nessuno ha letto più appena scomparsi, essendo venuta meno la pompa pubblicitaria che li indicava come genii),  per l’attuale Baricco e Saviano, singolari “maitres à penser”   palesemente a disagio con l’attività di pensare.   Il sistema mediatico che li incensa fa anche (soprattutto) da filtro contro l’emergere di intellettuali non-organici al sistema, bloccare l’originalità e le soluzioni intellettuali avanzati essenziale, ed è visibilissimo nel fatto che, sotto la superclasse, la cultura è stagnante, ripetitiva, immobile; praticamente contigua allo spettacolo, alla pornografia e alla pubblicità.

I divi dello show business e le star di Hollywood costituiscono un prezioso mezzo di diffusione prestigiosa dell’ideologia della superclasse, a cui del resto appartengono.  Lo si è visto chiaramente durante la campagna elettorale in Usa, quando quasi l’intero star-system si è schierato esplicitamente contro il Tycoon “populista” (o creduto tale).

La cerchia delle entità non governative

Fondazioni “culturali”, think tanks (“Serbatoi di pensiero”) sono centinaia, impossibile elencarle tutte. Dalle antiche Brookings Institution alla Rockefeller Foundations alla britannica Chatam House (Royal Institute of International Affairs), dalla Bill & Melinda Gates Foundation, alla notoria Open Society di George Soros, sono importantissimi centri-studi privati attraverso cui i miliardari influiscono sulla politica estera degli Stati Uniti e dell’Occidente.

Sono anche dette fondazioni senza scopo di lucro, perché esentasse nel diritto anglosassone: Rockefeller destina alla sua Rockefeller Foundation parte dei suoi profitti, che può quindi detrarre alla tassazione: un doppio vantaggio. Solo per fare qualche caso: il Council on Foreign Relations, pensatoio privato fondato nel 1921 dai Rockefeller e dai Warburg,che unisce centinaia di esponenti del businesss americano, negli anni ’30 fu la centrale intellettuale che  portò Roosevelt ad entrare in guerra contro l’Asse.

Più recentemente, le ebraicissime American Enterprise, il JINSA (Jewish Institute for National Security Affairs) e il PNAC (Project for a New American Century) hanno concretamente preso il comando del governo Bush jr.preparato l’11 Settembre, elaborato la “dottrina Wolfowitz” e scatenato la superpotenza nella destabilizzazione di tutti i paesi islamici potenzialmente ostili ad Israele, passata mediaticamente come “guerra al terrorismo globale”.  Dal Council on Foreign Relations  dei Rockefeller sono filiati il Bilderberg  (una “bilaterale” che lega i  paesi europei alla NATO) e la Trilateral Commission (che unisce nei suoi consessi anche gli interessi privati giapponesi, oltre a quelli euro-americani).

La Open Society Fundations di Soros è addirittura una rete di fondazioni “senza scopo di lucro” (dove il miliardario può investire parte dei suoi profitti sottraendoli al prelievo fiscale) che il nostro eroe ha fondato nel 1976, con il dichiarato scopo di “favorire la transizione alla democrazia” dei paesi dell’ex Patto di Varsavia.

Di fatto è stata istigatrice di primavere colorate, e promotrice di legislazioni “avanzate” (aborti, eutanasia, droga depenalizzata) e sempre per l’immigrazione senza limiti, la fine delle sovranità nazionali, l’abolizione delle frontiere, il globalismo e i diritti omosessuali, insomma “i nostri valori” (quando parla dei “nostri valori occidentali”,la superclasse intende ovviamente i suoi).

Se le suddette Fondazioni operano  influenze “dall’alto”,  le ONG –  Organizzazioni Non Governative – fingono di agire “dal basso”, come create da  gruppi di cittadini normali che  vogliono  promuovere cause ecologiste (Greenpeace), umanitarie (Medecins sans Frontières),  animaliste, contro il riscaldamento globale, contro il nucleare,  cause sempre altamente morali;   sono difenditrici dei diritti umani – e  con ciò,   giustificano, e a volte consigliano volentieri gli interventi umanitari armati.  Sostanzialmente, chiedono dal basso le stesse “conquiste di civiltà” che le fondazioni esigono dall’alto, e che sono sempre i valori della superclasse: no alle frontiere, mescolamento di popolazioni, libera circolazione di uomini e capitali, “diritti umani” conculcati dalle sovranità nazionali, eccetera.

L’Onu riconosce almeno 1300 ONG: di fatto, l’ONU si fa suggerire da queste “formazioni di base”, questi comitati di cittadini disinteressati che spontaneamente si uniscono, le politiche globaliste che esso stesso vuol promuovere, e che sono la sua ragion d’essere: Le Nazioni Unite furono storicamente il primo organo per l’attuazione del governo mondiale.

Magari aiuterebbe porsi la domanda: queste spontanee associazioni di cittadini disinteressati, chi le paga? Lo scandalo (subito sepolto) delle ONG che affittano navi per portarci immigrati in Italia, hanno dato un inizio di risposta persino al grande pubblico.

Nel 2015, il 56 per cento gli investimenti “liberi” dei miliardari della superclasse sono stati destinati a quello che nella neolingua orwelliana si chiama “filantropia”, ossia a queste ONG umanitarie-ecologiche. Come mai? Perché le ONG sono un efficacissimo strumento per aggirare e scavalcare la sovranità degli Stati, far avanzare la loro agenda globalista (con annesso diritto di ingerenza) e smantellare la regolamentazione politica degli Stati, per così dire ‘a furor di popolo’; diciamo meglio, nella neolingua orwelliana, su richiesta “della società civile”. Concetto più politicamente corretto (non evoca il “popolo”) e più utile. Esempio: è la “società civile” che chiede alla Boldrini di mettere fine alle “fake news” sul web.

La cerchia di Stato

Pensiamo a Mario Draghi, prima   funzionario al Tesoro, poi  – dopo la visita sul Britannia per la svendita dei gioielli IRI – promosso a Goldman Sachs e poi alla Banca Centrale: è un esempio preclaro di grand commis, tecnocrati dell’apparato pubblico e altissimi funzionari dello Stato – o  prestati alla politica –   che hanno tradito lo Stato di provenienza per operare a favore dei miliardari privati, e quindi entrare nella superclasse, accedere ai suoi emolumenti e ai suoi privilegi e al suo potere. Pensiamo a Prodi, a Ciampi, Beniamino Andreatta, a Enrico Letta, a Padoa Schioppa: storie simili.

Dovunque sono stati questi tecnocrati, magari prestati alla politica temporaneamente  con la scusa di una crisi finanziaria che giustificava l’emergenza, a operare  in ogni Stato  il “divorzio fra Tesoro e Banca centrale” –  ossia il calmiere sui tassi sul debito pubblico –  che ha gettato il debito pubblico sui “mercati”,   abbandonandoli cioè alla speculazione selvaggia, facendo salire  i tassi  secondo il giudizio  che “i mercati” (ossia la superclasse finanziaria) dava delle politiche di un certo stato: la massima privatizzazione dei profitti da interessi usurari che sia mai stata osata nella storia.

In Francia naturalmente, dove nacque Jean Monnet, questo tipo di cooptazione è più antico. La rottura dell’identità nazionale dei grand commis risale addirittura al 1972, quando una legge (Legge Pleven) assimilò il tenere in conto l’identità nazionale ad una discriminazione comparabile al razzismo.

Ne sono seguite: la rottura della sovranità nazionale col trasferimento della sovranità monetaria, e poi di bilancio, prima ai ”mercati” poi alla BCE e alla UE. Rottura col consenso popolare: nonostante il NO francese per referendum al trattato di Costituzione Europea nel 2005, è stato imposto il Trattato di Lisbona nel 2009, che ha liquidato ogni “preferenza europea” e disciolto una potenza industriale di 500 milioni di cittadini alla concorrenza coi salari mondiali, la devastazione chiama de-industrializzaizone.

Ormai abituata a dominare   in questo modo, la superclasse nel 2015, provocata artificialmente la “crisi migratoria”, ha imposto ad ogni paese – per diktat germanico – quote di clandestini da ammettere, senza mai consultare le cittadinanze autonome. D’altra parte, tenere in conto della nazionalità d’origine, come del sesso e genere (LGBT) è già diventato un crimine di discriminazione razziale, sessuale, religiosa. Guai, come ha fatto Orban, a   dirsi disposto ad accogliere cristiani siriani.

Perché la superclasse mondiale non è una aristocrazia.

Queste cerchie (che abbiamo esplorato nel precedente articolo) non stanno allo stesso livello, ovviamente. Esse sono gerarchicamente ordinate. La cerchia economico-finanziaria transnazionale sta ovviamente al vertice, è il cuore della superclasse mondiale: è il potere del denaro de-regolato allo stato puro.  Comanda a quelli sotto, come esecutori, compagni di strada, utili idioti.

La cerchia dei poteri pubblici ed amministrativi si pone all’ultimo posto, perché obbedisce ai dettami di sopra strumentalizzando una autorità residuale su uno spazio nazionale, dunque ridotto. Fanno eccezione gli Stati Uniti d’America, in quanto hanno imposto le loro normative (globaliste, di libero scambio, di qualità, di dazi) a tutto l’Occidente, e si applicano ad imporle al resto del mondo, anche con la violenza bellica: ciò che chiamano espandere la democrazia.  Solo adesso, nella sua volontà di distruggere Trump, vediamo il potere feroce di questo “deep state” americano, inamovibile gestore del potere oligarchico globale.

Però i diversi cerchi non sono chiusi, comunicano tra loro, la superclasse mondiale funziona appunto così: prospettando promozioni ai vertici. Grand commis che diventano finanzieri, capi di multinazionali che incamerano anche imperi mediatici, miliardari che finanziano fondazioni culturali, think-tank.

La Goldman Sachs, “americana”, ospita una quantità di europei fra un incarico “pubblico” e l’altro, onde non restino fuori al freddo: Prodi e Draghi, Mario Monti e Papademos. Manuel Barroso, appena scaduto dalla poltrona di presidente della Commissione UE, ha trovato a Goldman Sachs il nido caldo.

All’inverso, Connie Hedegaard, dopo essere stata Commissaria europea al Clima (sic), è stata assunta come alta consulente alla Volkswagen, non male dopo il “dieselgate”. Conflitto d’interesse?  Teniamo presente che quando contro un politico in ascesa viene attaccato – e bloccato – opponendogli un qualunque “conflitto d’interesse” (come per Berlusconi o Trump), è segno che egli non appartiene alla superclasse mondiale. Contro Mario Draghi che in Goldman consigliò il governo greco dei trucchi finanziari per i quali lo punisce da quando è al vertice della BCE, nessuno ha mai sollevato la maleducata domanda. Anzi per di più l’eurocrazia ha fatto varare agli Stati soggetti leggi che la rendono immune da qualunque prosecuzione giudiziaria per i suoi atti nella finanza.

In Francia, è la Banca Rotschild che svolge la funzione di nido di oligarchi svolta da Goldman Sachs. Poi ci sono premi di consolazione per fedeli promettenti: così Enrico Letta, liquidato da Matteo Renzi, ha subito trovato una cattedra a Parigi, alla Science Po, dove insegna non si sa cosa a chi. Scusate, mi correggo: tiene un corso su “Europa e populismi”. Lo vedremo tornare a qualche altro grande incarico, o “politico” o nelle “istituzioni europee”.  Allievo ideologico di Andreatta e promosso da Napolitano, è segnato per immancabili alti destini.

Ma non è utile puntare troppo lo sguardo su singole persone. Sono intercambiabili, ma soprattutto la superclasse ama governare in modo impersonale, anonimo. Parte della sua forza si situa proprio in questo, che il suo potere si situa dovunque e da nessuna parte, inafferrabile, sfugge alla regolamentazione ed anche alla critica. Esempio: il “divorzio fra Tesoro e banche centrali” avvenne in tutta Europa negli anni ’70, i parlamenti vararono la stesse leggi ad hoc, senza che fosse possibile identificare la centrale che aveva dato l’ordine, fu un fenomeno “spontaneo”, i media spiegarono che era una innovazione ormai necessari per i tempi nuovi, la liberazione dal dirigismo eccetera.

Assistiamo allo stesso fenomeno oggi: improvvisamente tutti i governi si occupano dei “diritti LGBT” da difendere contro “la discriminazione”, delle “nozze gay”, e la gente ha la sensazione che ciò sia stato richiesto dalla “opinione pubblica”. Invece, al parlamento ucraino (quello golpista di Kiev) la UE ha imposto di varare leggi sul matrimonio omosessuale; di fronte al rifiuto scandalizzato di maggioranza ed opposizione, la risposta è stata: allora sognatevi di entrare in Europa, questi sono i nostri valori. Non è stato possibile sapere “chi”, concretamente, ha portato questo ordine.

Così all’opinione pubblica viene sottratta la consapevolezza su   chi, concretamente, abbia imposto di insegnare negli asili la teoria del gender – anzi si nega persino che esista una tale volontà pedagogica. Ma tutte le scuole europee hanno cominciato ad insegnarla.

Cosa vuole la superclasse?

I media bollano immediatamente come “complottismo” (dunque morte civile per giornalisti) ogni allusione all’esistenza di un progetto occulto e antidemocratico cui si dedicherebbe la superclasse. Ciò è strano, dal momento che i supremi oligarchi non si sono fatti mai scrupolo di enunciare i loro programma e i loro metodi.

A cominciare da Paul Warburg, il banchiere (j), davanti al Senato Usa nel 1950: “Avremo un governo mondiale, lo si voglia o no. La sola questione è sapere se sarà instaurato per adesione o per conquista”.  Edmond De Rotschild, in una intervista del 18 luglio 1970: “Il catenaccio da far saltare, attualmente, è la nazione”.

David Rockefeller, nelle sue Memorie (2002): “Alcuni credono che noi [i Rockefeller, ndr.] facciamo parte di una cabala segreta, […] complottando con altri in tutto il mondo per costruire una struttura politica ed e economica globale più integrata – un solo mondo, se volete. Se questa è l’accusa, io sono colpevole e fiero di esserlo”.

Infine sempre David Rockefeller, 1999, intervista a NewsWeek: “Qualche cosa deve sostituire i governi, e il potere privato mi sembra l’entità adeguata per farlo”.

In questa breve frase c’è tutto lo scorcio del progetto: il “potere privato” – ossia quello delle ricchezze private della superclasse, degli speculatori, dei finanzieri – deve sostituire il potere pubblico, quello che bene o male risponde ai cittadini.

La loro giustificazione ideologica, fedelmente ripetuta dai media, è che gli Stati nazionali non sono più in grado di risolvere i problemi dell’umanità, che sono globali: dal “riscaldamento globale” alla “disseminazione nucleare” alla “sovrappopolazione”, ed ora ci aggiungono “le migrazioni” e “il terrorismo” qualunque problema d’occasione viene avanzato per predicare (e praticare) la necessità del “governo globale”.

La falla del ragionamento sarebbe lì da vedere, se non fossimo rincretiniti dalla ipnotica persuasione mediatica: molti dei problemi “globali” sono provocati appunto dalla globalizzazione, ossia da loro; e non si vede perché dei grandi “privati”, con interessi privati e guidati esclusivamente dal criterio della più efficiente allocazione del capitale (ossia del massimo profitto sugli investimenti loro), siano più adatti dei pubblici a risolvere i “grandi problemi dell’umanità”.

E’ mera ideologia. Già Jean Monnet, il privato (fabbricante di cognac) che fu incaricato dalle banche Usa di distribuire i fondi del Piano Marshall in cambio di cessioni di sovranità – e gli stati bisognosi accettarono, era il 1945 –   il fondatore della Comunità europea, diceva: “Le nazioni sovrane del passato non sono più il quadro dove si possono risolvere i problemi del presente. E la Comunità (Europea) stessa non è che una tappa verso forme di organizzazioni del mondo di domani”.

In realtà, ecco i risultati che questo governo di filantropi ha creato:

  • la mondializzazione e finanziarizzazione hanno aumentato solo i profitti delle grandi transnazionali e dei loro grandi azionisti,
  • le privatizzazioni di attività di pubblico interesse hanno aperto nuovi campi alla loro speculazione e ai loro profitti, senza affatto migliorare i servizi,
  • le delocalizzazioni sono andate alla ricerca dei salari più bassi nel mondo, e in Occidente consentono di premere verso il basso quelli degli autoctoni.

Come aveva previsto il Nobel Maurice Allais il libero-scambismo globale non fa che creare disoccupazione di massa in Occidente e precarietà strutturale – che è un fattore di reimbarbarimento – con perdita inestimabile di competenze tecniche, che per esempio sono trasferite in Cina.

La classe media, depositaria di tali competenze, è in via di pauperizzazione   irreversibile; per contro, la ricchezza   dei ricchi è cresciuta. Dal 1988 al 2008, i redditi dell’1 per cento superiore (la Superclasse delle superclassi) è aumentato del 60%, mentre quello del 5% inferiore non è cambiato.

Come non bastasse, la superclasse ha fatto dovunque modificare   la fiscalità a proprio esclusivo profitto: dovunque in Occidente la progressività del prelievo fiscale diminuisce via via che si sale nella gerarchia delle fortune. Laddove la classe media si vede prelevare il 45% dei suoi modesti redditi, le multinazionali, i loro grandi azionisti e i loro amministratori delegati non pagano che il 5, o l’1%, o niente.

La fantomatica “Lotta all’evasione”, spietata per i redditi fissi, mantiene aperti in Europa, non alle Cayman, noti paradisi fiscali per lor signori. Sia dato onore alla sincerità di Warren Buffett, il vecchio speculatore, terza persona più ricca del mondo (quasi 66 miliardi di dollari per Forbes): “C’è la lotta di classe, e siamo noi, la classe dei ricchi, che la vinciamo” (New York Times, 26 novembre 2006)

La corruzione dei politici? Opera loro.

Fra le motivazioni più potenti (e condivise dalle masse) che   la superclasse porta a favore della sua tesi, secondo cui mondo è meglio governato da privati e dai loro tecnocrati che dalla politica, è che ai politici deve essere sottratto il maneggio del pubblico denaro (per darlo ai banchieri!), in quanto sono “corrotti”. La politica per loro è corruzione quasi in senso strutturale, per loro: i politici infatti fingono di promuovere servizi pubblici mentre lucrano e fanno lucrare le loro clientele, private.

Nella misura  in cui questo  è vero, è il risultato stesso della de-responsabilizzazione   della classe politica  provocata dal sistema oligarchico-tecnocratico che hanno instaurato, in Europa ma anche nel mondo con gli organi internazionali e sovrannazionali: se la “politica” da praticare  è una sola, se è quella dettata dalle centrali transnazionali; se la classe politica non ha più, come aveva prima,  la grave responsabilità di gestione della moneta sotto gli occhi dei cittadini, né ha più da preoccuparsi  di ridurre la disoccupazione e programmare  sviluppo industriale di un paese; se  non deve più temere gli effetti dei suoi errori perché “ci pensa l’Europa” o ha eseguito gli ordini del Fondo Monetario o della BCE o della NATO, è ovvio che questa classe politica perda competenza, perda conoscenze e tempra,  perda l’habitus di responsabilità nel comando, e dedichi il suo tempo ad arraffare stipendi indebiti ed a ricavare benefici per le sue clientele, in attesa speranzosa di essere cooptata negli alti gradi della Superclasse.

Chi non ha più niente da fare di serio in una carica pubblica, è ovvio che si corrompa, più precisamente degradi. In realtà l’Europa ha conosciuto in passato classi politiche capaci di occuparsi del bene comune con polso e intelligenza, basti pensare all’IRI in Italia o al sistema degli Effetti Me FO in Germania, alla Economia politica, una intera branca di studi di gestione onesta ed e efficiente dello stato, che non è più insegnata nelle università.

L’intero tema è stato censurato sotto la categoria satanizzata di Male Assoluto.

Noi che abbiamo conosciuto Tangentopoli non dovremmo aver dimenticato come la “corruzione” di certi politici di carattere è stata esagerata ed usata mediaticamente e giudiziariamente, per eliminare una intera classe politica ancora relativamente capace (basta confrontare Craxi e Andreotti a Gentiloni, Berlusconi, Beppe Grillo), che si opponeva alla fase ultima della globalizzazione.

La corruzione personale d’altra parte viene praticata dalla superclasse verso i politici (nelle varie operazioni di lobbying, nei finanziamenti delle loro campagne ) per “metterseli in tasca”, per di più facendo pendere su di loro la minaccia sempre presente di una  mediatizzazione devastante delle loro mazzette e regalini, una Mani Pulite perpetua che li tiene agli ordini, mentre d’altra parte i politici vengono abituati a redditi ed a tenori di vita da superclasse, cui non sanno rinunciare se occorre.

In compenso, attraverso le porte girevoli sopra descritte, essi fanno balenare – e talora realizzare – ai politici l’ascesa alla superclasse immune da ogni rischio, alle multinazionali e alle cariche per sempre esentate dal giudizio pubblico come quelle europee, dove i soldi sono davvero tanti, e non c’è più da temere nessun procuratore zelante o nessun rovescio elettorale.

Infatti questo è uno dei tratti più caratteristici della superclasse: che non si espone mai ad alcuna elezione, e conduce la sua azione dietro le quinte, agendo sui politici che sono esposti (un po’ di più) a qualche rischio.

Jean Monnet, fondatore della Comunità Europea, non s’è mai candidato a nulla, eppure ha fatto questa organizzazione sovrannazionale di esproprio delle sovranità. “Ho di meglio da fare che esercitare il potere politico io stesso”, scrisse nelle su Memorie (Parigi 1976) ” Non è forse il mio ruolo, da molto tempo, di influire su coloro che esercitano il potere politico? Al momento critico, quando mancano le idee, i politici accetteranno con gratitudine le vostre, purché rinunciate a reclamarne la paternità. Dal momento che loro si assumono i rischi, che si prendano pure gli allori……se restare nell’ombra è il prezzo da pagare per vedere le cose marciare, allora io scelgo l’ombra”.

Si può esser più chiari di così?  Altro che teoria del complotto. Si è arrivati al punto che Jacques Delors, il successore ideologico di Monnet nella “Europa” tecnocratica, nel 1995 si è rifiutato di presentarsi alle elezioni presidenziali francesi, nonostante la chiamata del Partito socialista, e persino, degli ottimi sondaggi.  Georges Soros non va a manifestare di persona per gli immigrati, paga i manifestanti “no borders” utili idioti, paga le navi “umanitarie” e paga le ONG che fanno avanzare i suoi progetti.

“E’ appunto per questo” nota acutamente Geoffroy, “che la superclasse non costituisce una aristocrazia, ma una oligarchia, perché i suoi membri non si espongono al rischio politico; anzi a nessun rischio, perché vivono nella loro bolla protettrice, separati dal resto della popolazione”.

Anzi, la cura ed aspirazione della Superclasse è abolire il Politico dalla vita; si vede da come ha costruito la UE, dove le sovranità (cruciale centro della Politica) sono state sostituite da “direttive” burocratiche-bancarie, e le decisioni sono state sostituite da procedure, il più possibile automatiche, appunto per non doversi esporre all’ aria della libertà, fredda, fresca o rovente secondo i casi, sempre pericolosa.

Hanno costituito così la più flaccida, ed insieme spietata, delle dittature oligarchiche.

L’altro giorno abbiamo visto la rabbia, il dispetto, lo scandalo per come Donald Trump, non certo da statista ma da semplice istintivo che mantiene qualche rapporto con la realtà, ha disturbato i loro minuetti, ha rifiutato di firmare proposizioni già decise in anticipo dagli sherpa. Alla NATO s’è rifiutato di riconfermare l’articolo 5, ossia di impegnare la Superpotenza ad una guerra  automatica contro la Russia (di cui la precedente amministrazione ha posto le basi); invece, ha  ingiunto: “Pagate per la protezione che vi diamo”, e nessuno è stato capace di  rispondergli che le basi NATO in Europa  sono una occupazione, e che prima della gestione Obama, l’Europa non aveva alcun nemico nella Russia: un’aristocrazia avrebbe potuto rispondere così, agli oligarchi europei, maggiordomi, non è possibile.

Ma in più, Trump non ha nascosto di essere annoiato. Non ha rispettato il politicamente corretto, anzi il corretto tout court. Non ha firmato il trattato di Parigi sul clima, ha rimbeccato che la Germania fa’ dumping vendendo le sue auto sottocosto in Usa. Non ha indossato nemmeno l’auricolare quando parlava Gentiloni; “maleducato”, hanno strillato i media. Ma ha mostrato che non ha alcun bisogno di ascoltare in traduzione    concetti che per principio non devono essere originali, discorsi che non devono dire nulla, recite di cui conosciamo già tutto prima, nella neolingua burocratica internazionale.

Tutti, a cominciare dalla Merkel inviperita, sono andati via da Taormina con la speranza che in America il deep state li liberi da questo elefante nel salotto dei cristalli, da questo rozzo ruspante esemplare della politica che non balla i minuetti concordati. Vogliono i loro ordini dalla Superpotenza, ma vogliono che siano quelli di prima, perché non ne sanno eseguire altri.